Il Patrono

San Francesco di Paola, il Santo taumaturgo e la sua leggenda.

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Paola fu patria di san Francesco, istitutore dell’Ordine dei Minimi. Patrono della Calabria, qui nato il 27 marzo 1416 . Intorno a questa grande figura mistica si sviluppa il destino stesso di questa località. Il Santo viene spesso raffigurato con uno scudo gentilizio sopra il capo o il petto, sul quale si legge la scritta “ Charitas” , un emblema che si riferisce a una visione angelica avvenuta mentre egli si trovava assorto in preghiera. D’un tratto, racconta la cronaca del discepolo Giovanni da Milazzo, gli comparve davanti l’Arcangelo Michele, il quale brandiva uno scudo sul quale campeggiava uno stemma meravigliosamente colorato e circondato da raggi di luce, al centro del quale si leggeva appunto la parola “ Charitas” scritta a luminose lettere d’oro. L’Angelo porse lo scudo a Francesco e gli raccomandò di farne lo stemma del proprio ordine. L’invocazione alla carità ricorse, da quel giorno, con molta frequenza sulle labbra del Santo, la cui festa si celebra qui il 2 aprile. La casa madre dell’Ordine sorge nel luogo dove Francesco tredicenne si recava a pregare; nel 1435, nei pressi del suo romitaggio venne edificata la prima chiesa detta di Santa Maria degli Angeli. a cui si aggiunsero piccole costruzioni per accogliere i tanti discepoli che si raccoglievano intorno al frate. Gli ampliamenti della chiesa, iniziati nel 1452, vennero bruscamente interrotti a causa delle scorrerie piratesche che minacciavano le coste calabresi e solo più tardi, per opera della figlia del viceré Pedro da Toledo, la struttura conventuale si ampliò assumendo l’aspetto che ancora oggi mantiene. I primi conventi dei Minimi costruiti in Calabria videro la presenza diretta e il lavoro del santo; di questo periodo rimangono le testimonianze nelle tante leggende e nei racconti popolari che lo videro protagonista. Nel 1483, all’età di sessantasette anni, Francesco è costretto, per volere del papa Sisto IV, a lasciare la sua Calabria per raggiungere la corte del re di Francia Luigi XI. Il sovrano era gravemente ammalato e, avendo saputo dei miracoli e delle guarigioni operate dal frate calabrese, aveva voluto portarlo presso di sé nella speranza di riacquistare la salute. A malincuore Francesco partì e raggiunse via mare la Francia; quando sbarcò sulle coste a est di Tolone, trovò le città flagellate da una grave pestilenza e lì compi il primo miracolo guarendo i cittadini di Frejus, che ancora oggi lo venerano come santo patrono. Una volta giunto alla corte di Tours la sua fama di taumaturgo l’aveva preceduto; il delfino Carlo, il futuro Carlo vili, gli andrà incontro ad Amboise per condurlo a Plessis-les-Tours, una residenza reale dove Luigi Xl giaceva gravemente ammalato e ormai prossimo alla morte. Il biografo Vladimir d’Ormesson racconta che in quell’occasione « le Saint accomplit le plus beau, le plus charitabl de ses miracles »: infatti l’anziano re non voleva sentire pronunciare « le cruel mot de mort » e si rifiutava di mettere in ordine le faccende del regno per la sua successione. Il frate calabrese, restò solo col terribile sovrano e gli parlò a lungo, fin quando riuscì a fargli accettare l’idea che fosse venuto il momento di lasciare il regno al figlio Carlo e di abbandonare in pace la vita terrena. Luigi XI ritrovò la pace, fece chiamare i suoi segretari, dettò le ultime disposizioni, consegnò il sigillo reale al Delfino e il 30 agosto morì serenamente. Da quel giorno Francesco restò alla corte dei re di Francia fino alla sua morte, avvenuta a Plessis-les-Tours nel 1507. Nonostante fosse in stretta familiarità ccon i potenti, tanto che il re Carlo Vin volle dare il nome del santo al suoprimo figlio maschio. Francesco non tradì il suo ideale di vita e continuò a digiunare e a fare penitenza secondo le regole del rigoroso vegetarianesimo dell’Ordine, chiedendo di vivere non fra gli agi del Palazzo Reale, ma in un piccolo romitorio. La fama di Francesco era dovuta soprattutto ai suoi miracoli assai strepitosi e di cui si andava parlando sia fra il popolo che fra la nobiltà, ma molti di questi fatti considerati miracolosi sono eccezionali non tanto per l’aspetto soprannaturale e taumaturgico, ma per il forte senso di giustizia che li animava.

Brevi cenni biografici :

•  1416 Nacque a Paola da Giacomo di Salicone e la madre Vienna.

•  Nel 1429 entra nel convento dei francescani di S. Marco Argentano.

•  Nel 1430 va in pellegrinaggio ad Assisi, con i genitori.

•  Nel 1452, inizia il movimento eremitico costruendo a Paola il primo oratorio e le celle dei primi seguaci.

•  Nel 1467, il Papa Paolo II manda il suo inviato personale per conoscere Francesco di Paola.

•  Nel 1471, riceve in forma piena l’approvazione pontificia della sua congregazione del Papa Sisto IV.

•  Nel 1483 parte per la Francia.

•  Nel 1506 ottiene dal Papa Giulio II l’approvazione definitiva delle regole per i frati, le monache e i terziari dell’Ordine dei Minimi da lui fondato.

•  Nel 1507 muore santamente a Tours, in Francia.

•  Nel 1519 è iscritto nell’albo dei Santi da Leone X.

•  Nel 1562 il suo corpo, intatto dopo 55 anni dalla morte, viene bruciato dagli eretici Ungonotti.

•  Nel 1943 Pio XII lo proclama celeste patrono della gente di mare italiana.

•  Nel 1962 Giovanni XXXIII lo dichiara celeste patrono della Calabria.

Il miracolo dell’attraversamento dello stretto sul mantello. La fama della sua santità inizia nel 1435, quando decide di ritirarsi in un terreno di proprietà della sua famiglia, suscitando grande stupore fra i concittadini per l’austerità della sua vita. Saranno anni che lo forgeranno alla contemplazione, al lavoro, alla solitudine e alle privazioni e mortificazioni corporali. Ben presto iniziarono ad affluire al suo eremo molte persone, desiderose di averlo come guida spirituale e di condividere lo stesso austero genere di vita.  Con i primi discepoli, egli costruisce alcune cellette ed una minuscola cappella, ove si radunano in preghiera. Questi romiti di Paola, vestiti di sacco e privi di ogni umano conforto, diventano promotori di chiese e conventi in tutta la Calabria, e anche in Sicilia, a Milazzo. All’espansione in Sicilia, e in particolare, al passaggio dello stretto di Messina, è legato un miracolo che avvicinerà per sempre la figura di Francesco di Paola alla gente di mare: si recò sulla sponda calabrese dello stretto in compagnia di due discepoli, qui il Santo chiese ad un barcaiolo, tal Pietro Colosa, di traghettarlo “per amor di Dio” sulla sponda siciliana. Il barcaiolo si rifiutò di farlo senza un compenso e il Santo, non perdendosi d’animo, stese il suo mantello sull’acqua e vi montò sopra con i suoi due compagni. Così, spinto dolcemente dalla corrente e aiutandosi col suo bastone a mo’ di remo, approdò in Sicilia.

Il viaggio di San Francesco. Quando nel luglio del 1482 i nobili inviati da Re Luigi XI raggiunsero Francesco nel romitorio, con la missione di convincerlo a raggiungere la corte di Tours, il frate non se la sente di accettare. Ma le continue pressioni del re francese sul Re Ferrante di Napoli e Papa Sisto IV fanno in modo che Francesco si decida. E dopo sette mesi di intenso scambio di note, istruzioni, ambascerie fra Tours, Roma, Napoli, Paterno,  il frate parte in compagnia di uno dei suoi fraticelli e i nobili francesi. La prima destinazione è Napoli: un viaggio lungo 25 giorni, poiché Francesco aveva imposto il suo stile di viaggio, senza carro né cavallo. La strada intrapresa da Francesco fu quella che fino a non molti anni fa era ancora la direttrice principale nel collegamento Calabria-Napoli: attraverso la Valle del Crati fino al Pollino, poi Lagonegro, Salerno, Napoli.  Un viaggio durante il quale Francesco compì numerosi prodigi. Giunto sul Pollino, sapendo che non avrebbe più rivisto la sua terra, Francesco si raccolse in preghiera e si voltò verso la Calabria, benedicendo. Era scalzo e sulla pietra dura s’incise miracolosamente l’impronta dei suoi piedi. Viaggiò come aveva sempre fatto, chiedendo asilo per l’amor di Dio, e per ringraziare una coppia di sposi che l’aveva accolto nella sua casa a Polla, al momento di ripartire tracciò su una parete il suo sembiante, un “autoritratto” che lasciò strabiliati i presenti. Per canali misteriosi, la notizia che il frate dei miracoli era in viaggio si sparse e in ogni centro una folla di signori e di miserabili aspettava Francesco. La tradizione riferisce di una miracolosa guarigione operata a Cava dei Tirreni: una nobildonna fu sanata e le fu anche predetto avrebbe finalmente avuto dei figli. Quando giunse a Napoli, Francesco fu accolto come un dignitario della Chiesa da re Ferrante e i suoi figli, mentre una gran folla faceva ala. A Napoli Francesco si ferma molti giorni. Il re è interessato a migliorare le relazioni con la Santa Sede e con la Corte di Francia, ma è anche interessato ad ottenere la benevolenza di un frate che ha già conquistato il cuore dei suoi sudditi. Tra alcune leggende e testimonianze circa le attenzioni che Ferrante riservò all’ospite, spicca un episodio. Il re, sapendo dell’austero regime di vita di Francesco, gli fa preparare, alla corte, un piatto di pesci. Il frate allora, miracolosamente, richiama in vita i pesci ed ammonisce Ferrante a liberare i prigionieri politici di cui sa che le vecchie segrete napoletane sono piene. Da Napoli, via mare, fino alla foce del Tevere, il frate raggiunse poi Roma, sempre accompagnato dalla missione francese. Anche qui Francesco viene accolto calorosamente. L’incontro con Sisto IV è importante perché il papa comprende che il frate può essere un diplomatico di prim’ordine e comunque avrà familiarità con Luigi XI. A lui, Francesco parla anche delle comunità che ha creato, dei problemi connessi all’inserimento nella Chiesa con un ruolo chiaro dei suoi seguaci. L’arrivo in Francia è trionfale. L’accoglienza è degna di un papa. E anche in questa terra Francesco compie prodigi. A Tolone, a Bormes, a Fréjus guarisce gli appestati. Appena giunto a corte, Francesco dice chiaramente che non intende rompere il suo stile di vita, al quale si è sempre mantenuto fedele. Il re dà subito disposizioni perché venga realizzato l’eremo di Plessis-du-Parc e Francesco, nell’eremo, si costruisce la sua celletta. Il re di Francia, inoltre, fa in modo che le richieste del frate sulla sistemazione e sul riconoscimento della sua organizzazione vengano accolte dalla Santa Sede. Il rapporto che s’instaura fra il re e il frate è singolare. Luigi XI è ossessionato dalla morte. Il re esige la guarigione da Francesco. Nei primi tempi, fra di loro c’è un’interprete, poi – stando a testimonianze precise – Luigi prende l’abitudine di trascorrere delle ore nella cella del frate, senza interprete. Talvolta il sovrano si spazientisce, presta l’orecchio allo scetticismo interessato dei medici di corte e tempesta di messaggi il Papa: che Sisto IV costringa il frate a compiere l’atteso miracolo. E il papa, a sua volta, scrive a Francesco, raccomandandogli quel re impaziente e sospettoso. Francesco, ancora una volta, il miracolo lo fa. Ma non è quello di cancellare l’apoplessia, bensì quello di preparare Luigi XI a morire da re cristiano: “Quest’uomo di Dio mi ha ridato la pace e la fiducia, per cui muoio tranquillo”, dirà ai suoi figli pochi giorni prima di morire. Quando Luigi muore e diventa reggente Anna, in attesa che Carlo VIII sia maturo per il trono, Francesco è, di fatto, un consigliere della corona. Le preoccupazioni più vive del frate oramai vecchio, riguardano la definitiva sistemazione dell’ordine in seno alla Chiesa. Scrive e riscrive la regola e la sua ansia si placa soltanto quando Giulio II emette la bolla definitiva. Il giovedì Santo del 1507 fu colto dalla febbre. Capì che era alla fine del suo viaggio terreno. Raccolse tutti i frati, chiese perdono a tutti, li abbracciò e li baciò uno a uno. Fece la comunione e nel pomeriggio volle assistere al rito della lavanda dei piedi. Il giorno dopo, 2 aprile, designò il suo successore (padre Bernardino Otranto da Cropalati), chiese che gli leggessero la Passione di Cristo secondo Giovanni e si spense intorno alle dieci del mattino. Il corpo, dopo i solenni funerali, fu seppellito sotto il pavimento della chiesa del convento di Plessis-du-Parc (o Plessis-les-Tours), ma dopo una dozzina di giorni, per paura che le infiltrazioni d’umidità (il fiume Cher scorreva vicino) potessero danneggiare la sepoltura, la contessa d’Angoluleme, dopo aver fatto predisporre un sarcofago di pietra, fece riesumare la salma costatando, con stupore, che il corpo del frate era incorrotto. I processi di beatificazione furono ordinati da Papa Giulio II nel 1512. Fu Leone X che il primo maggio 1519, con la bolla Excelsus dominus annoverò Francesco fra i Santi. La sua immagine, impostasi in un’epoca difficile, di contrasti aspri, di profonde lacerazioni religiose, era destinata a diffondersi in tutto il mondo Cattolico come simbolo di una Chiesa militante e solo spiritualmente ricca. Nell’aprile del 1562, quando gli Ugonotti presero Tours, una loro banda saccheggiò la chiesa del convento e, violato il sarcofago, bruciarono il corpo del Santo. Dal rogo furono salvate, dai fedeli, solo poche reliquie che tornarono in Calabria dopo quasi quattro secoli. Si trattò di un barbaro e inutile tentativo di vendetta contro il Santo Cattolico, la cui straordinaria vicenda era iniziata nel 1416, a Paola, sul tirreno cosentino.

San Francesco di Paola: I miracoli.

La nascita miracolosa. Giacomo e Vienna erano una coppia semplice e molto religiosa che rimase per lungo tempo senza figli. Molto devoti a San Francesco d’Assisi pregarono fervidamente Dio per avere un figlio, promettendo che glielo avrebbero poi consacrato, se avessero avuto la grazia di procreare. Miracolosamente furono esauditi ed ebbero un bel maschietto; ma al bimbo, alla nascita, purtroppo, mancava un occhio. I due coniugi non si scoraggiarono e si dedicarono alla preghiera implorando il miracolo che, dopo poco tempo, istantaneamente avvenne, con la perfetta guarigione della vista. La coppia, riconoscente per l’intercessione del Santo di Assisi, diede al piccolo il nome di Francesco. I genitori di Francesco di Paola vissero il resto dei loro giorni osservando il voto di castità e morirono serenamente tra le braccia del figlio (ormai riconosciuto dal popolo come Santo) inoltre, a Vienna, in particolare, venne concessa la grazia di conoscere, vent’anni prima della sua morte, il giorno in cui sarebbe spirata.
Illeso dal fuoco della fornace. Quando iniziarono la costruzione del Convento di Paola, il buon Padre fece costruire una fornace per la calce. Un giorno avvenne che, per il sovraccarico di calore, la fornace stava per crollare ma Francesco, sotto gli occhi esterrefatti degli operai si infilò nella fornace accesa e la riparò, rimanendo completamente illeso.

Il ginocchio risanato. Un’altra volta un suo amico, mastr’Antonio Di Donato, rimase vittima di un incidente: un masso staccatosi dal monte lo colpì al ginocchio e glielo ruppe. Francesco intervenne poggiando la sua mano sulla ferita, che si risanò immediatamente.

La pelle del cervo. Mentre un giorno camminava nei boschi il buon Padre incontrò un piccolo cerbiatto che i cacciatori volevano prendere. Francesco si avvicinò a lui e gli staccò una parte di orecchio, lasciandolo poi in libertà e vietando a tutti i presenti di toccarlo per qualunque motivo. Dopo tanto tempo, il cerbiatto, diventato ormai un cervo, ancora una volta inseguito dai cacciatori, fuggì verso il Convento rifugiandosi proprio sotto la cella del buon Padre, e Francesco lo riconobbe proprio dal taglio che gli aveva fatto sull’orecchio. Da quel momento il cervo accompagnò Francesco ovunque andasse, gli leccava il saio e gli faceva feste eleggendolo, con questo atteggiamento, come suo difensore. Ma un brutto giorno gli operai che stavano costruendo il Convento non avevano nulla da mangiare e pregarono il buon Padre di darlo loro come cibo. Francesco a malincuore, vinto dalle loro insistenze, lo rilasciò. Oggi ancora se ne conserva la pelle nel Convento di Paola, a ricordo del fatto.

Il muto. Venne al convento un giovane muto, dalle parti orientali della Calabria, da una località vicino Crotone, accompagnato dai suoi genitori. Quando il buon Padre lo vide lo accompagnò in chiesa portando con sé molte candele. Appena Francesco cominciò a pregare per lui, il muto riacquistò l’uso della parola.

Le vespe. Mentre si costruivano le celle del Convento, i frati, mentre andavano a prendere le pietre che servivano all’edificazione, trovarono delle vespe le quali cominciarono pericolosamente a stridere tanto che, spaventati, i poveretti fuggirono. Intervenne Francesco che, prese le vespe a mani nude, le portò nel bosco vicino, da allora non furono più viste, e i lavori poterono continuare tranquillamente.

Il miracolo del vino. Mastro Antonio aveva un fiasco di vino, ma bastava solo a far bere due uomini. Gli operai che prestavano la loro opera per costruire il convento erano in molti e non avevano nulla da bere. Il buon Padre chiese il fiasco e cominciò a versare il vino, ne versò finché tutti ne furono sazi e quando non ebbero più sete il fiasco era ancora pieno.

L’epilettico. Il principe di Bisignano (chiamato conte di Chiaromonte), faceva parte del seguito del re di Francia e aveva un figlio il quale aveva contratto una malattia comunemente indicata come “morbo di San Giovanni” (cioè epilessia). Francesco cominciò a pregare per lui e il giovanetto fu immediatamente guarito dalle sue crisi.
L’intercessione non basta se manca la fede. Don Matteo venuto da Rossano venne a chiedere al buon Padre l’intercessione per due donne ammalate, delle quali una era sorda. Francesco rispose “ Pregherò. La sorda guarirà, ma poi si ammalerà un’altra volta dello stesso male; ma dopo breve tempo, tornerà ad essere sana come prima. L’altra, invece, non potrà essere guarita, perché non ha fede”. Don Matteo testimoniò che le cose poi si verificarono così come aveva detto il buon Padre.

L’infanticida. Quando Francesco dimorava nel Convento di Corigliano, vide una donna che da 18 anni non si confessava: essa aveva fatto morire molti bambini e aveva deciso di ucciderne ancora. Il buon Padre, appena la vide, disse a Frate Francesco da Sant’Agata, che lo accompagnava: “ Sappi che quella donna ha commesso molti delitti”. La donna volle parlare con Francesco, il quale però le disse severamente: “ Non vi bastano i delitti, già da voi commessi? Ma ne volete commettere ancora più di prima. Per carità, andate a confessarvi”. Quella sciagurata confessò dinnanzi a lui, pubblicamente, i suoi peccati e la volontà di volerne commettere ancora, confermando le parole di Francesco. Ma dopo quella confessione pubblica la donna operò in maniera tale che fosse palese il pentimento e la volontà di mantenere i buoni propositi espiando i suoi peccati senza peccare più.

La gamba del Barone. A un Barone del territorio tra Messina e Milazzo, accadde che per un incidente alla gamba i medici decidessero, dietro consulto di fargliela amputare per poterlo salvare. Il Barone mandò al Convento delle persone per avere l’intercessione di Francesco. Il buon Padre gli mandò una candela benedetta. Appena l’infermo la ebbe in mano l’avvolse intorno alla gamba malata e andò a dormire. A mezzanotte si svegliò all’improvviso e si accorse di avere l’arto perfettamente guarito.

Miracoli contro la sterilità. La moglie del Principe di Salerno non poteva avere figli, così fece mandare dal marito un ambasciatore al buon Padre, il quale si trovava in Francia. La risposta gli giunse subito: ella concepì ed ebbe un bel figlio. Frate Matteo da Barsigny di Tours, riporta in una cronaca che Matteo Coppola, di Padula, confidò a Francesco che la moglie era sterile ma appena tornato a casa quest’ultima concepì e poi partorì.

Il morso del serpente. Un giorno il servitore di un marinaio di nome mastro Santo di Lochin, venne al convento poiché, mentre in un bosco tagliava del legname per costruire navi, fu morso da un serpente. Il buon Padre vista la ferita fasciò il dito con la corteccia di ginestra; poi gli disse: “ Abbiamo da Dio il privilegio, grazie al quale non ci può nuocere nessun serpente e nessun veleno. Andate!” . E poco dopo il servitore fu risanato.

Fabrizio il lebbroso. Una volta arrivò al Convento di Paola il figlio di un prete di rito greco, di nome Fabrizio, nativo di Rossano, infetto gravemente dalla lebbra. Rimase al Convento per molto tempo e, il Frate che riporta questa cronaca, quando si recò in loco per prendere i voti lo vide lì già ammalato e apparentemente senza speranze. Ma il giorno in cui il Frate tornò per vestire il saio lo rivide perfettamente sano e guarito, tranne le cicatrici che si vedevano chiaramente per tutto il corpo. Le tracce di una malattia, che portano alla morte, erano la prova del miracolo.

Gli ossessi. Spesso i demoni, che parlavano attraverso gli ossessi presentati al Santo, minacciavano alle regioni d’Italia la distruzione, non appena egli se ne fosse andato fuori dalla Calabria. Una ragazza soprattutto, posseduta dal diavolo, venne condotta dinanzi al buon Padre. Lo spirito maligno, che era in lei, diceva, gridando fortemente, che quel barbuto sozzo, mangiatore di radici, ostacolava lui ed i suoi. Il buon Padre gli chiese: “ Chi siete?”. – “ Siamo alcune legioni specializzate”. “Dove sono i tuoi seguaci?”. – “Nel bosco qui vicino, dove si vede spesso un grande stormo di corvi”. “Dove vanno?”. – “Sono mandati a distruggere tutta l’Italia”. “Chi li ostacola in questo loro piano?”: – “Non possono far nulla fino a quando tu sarai qui: la tua grande umiltà ce lo impedisce. Ma, dopo la tua partenza, realizzeremo senz’altro quello che ci sta, da tanto tempo a cuore”. Il buon Padre, allora gli chiese ancora: “Chi ti ha dato tanta tracotanza e tanta presunzione per invadere e tenere sotto il tuo dominio questa povera creatura di Dio?”. – “Non sono stato io a cercarla: si mise a camminare su di me, e l’ho invasata; e ci sto così bene, che non riesco ad uscirne”. “Vattene, in nome della carità, e lascia in pace questa povera figliuola”. – “Ma dove vuoi che vada?”. “Nel luogo che ti sei guadagnato fin dall’inizio della tua creazione”. – “Va bene! Me ne andrò da qui a tre giorni”. “No, adesso, subito te ne devi andare! E non ci far perdere più tempo”. – “Sia pure! Ma, ne uscirò attraverso gli occhi, in modo da portarne via uno!”. “No, ti proibisco di arrecare male alcuno a questa creatura di Dio”. – “E dammi allora qualche altra cosa!”. Il buon Padre, allora, pregò un religioso perché gli volesse porgere delle ampolle di vetro. Ma il diavolo non voleva ancora uscire e tratteneva, perciò, il buon Padre in una vana conversazione. Ma alla fine, Francesco prese la ragazza per i capelli e, dando l’impressione di abbandonarsi all’ira, ordinò al diavolo, con grande energia, di uscire dal corpo. E all’istante il demonio obbedì, lasciando la povera ragazza quasi esanime, ma dopo un po’ completamente risanata. Un’altra ragazza era infestata da alcuni demoni (si chiamano Incubi o Succubi), che la tormentavano giorno e notte. Francesco mandò due religiosi al suo posto che dissero a quei demoni di uscire da quella povera figlia, che non la tormentassero più e aggiunsero che tanto dovevano fare dietro comando dell’Uomo di Dio Francesco. La povera ragazza fu guarita completamente.

I due resuscitati. Il primo uomo resuscitato da Francesco fu un suo parente che egli stesso aveva esortato a farsi frate del suo ordine. Ma la madre lo aveva distolto in tutti i modi. Il giovinetto un giorno morì. La madre, allora, corse piangendo al convento di Paola lamentandosi della morte del figlio. Il buon Padre ordinò di portare il cadavere al convento per dargli sepoltura ma, terminate le esequie, prima che si apprestassero a calarlo nella tomba, egli li fermò e portò il cadavere nella sua cella, dove Dio lo fece resuscitare durante la notte per le preghiere del buon Padre. Il mattino dopo la madre andò sulla tomba del figlio credendolo sepolto ma, Francesco le disse: “ Se tu vedessi in vita tuo figlio, gli daresti finalmente il consenso di farsi religioso?”. E la donna rispose: ”Volesse il Cielo che ciò avvenisse! E mi pento di averglielo impedito quando ancora viveva!”. Allora, il buon Padre, gli diede un suo saio e la accompagnò in chiesa dove ella vide il figlio di nuovo gridarono al miracolo e ringraziarono Dio. Il secondo resuscitato fu uno degli operai del convento. Una trave, cadendo su di lui, lo aveva ucciso. Gli operai andarono da Francesco e gli narrarono della disgrazia dicendogli: “I genitori del morto vanno dicendo che siamo stati noi ad ucciderlo e ci potrebbero fare condannare per un delitto che non abbiamo commesso”. Il buon Padre confortandoli, andò verso il cadavere e sollevò con la forza di un turbine la trave. Poi vi adagiò sopra alcune erbe e quel corpo tornò in vita come se si fosse svegliato da un sonno profondo.

La leggenda dell’agnellino Martinè. San Francesco aveva un agnellino di nome Martino, bianco e riccioluto. Il buon frate lo amava enormemente perché in lui vedeva il simbolo della bontà e della mitezza. Ogni giorno Francesco andava per le campagne per assistere i poveri e i malati, camminava senza mai stancarsi fra i monti e le fiumare; alla sera, quando si affacciava sull’uscio del suo ricovero, subito chiamava l’agnellino che, come un cane fedele, si avvicinava per dargli il benvenuto. Tutto il giorno Martinello brucava la tenera erba dei prati intorno al convento dove frate Francesco viveva; libero di correre o di riposare al fresco di un grande albero, l’agnellino aspettava pazientemente il ritorno dei buoni frati e alla sera quel momento di gioco con il piccolo animale era un modo per rendere meno severa la solitudine imposta dal loro Ordine. Il santo usava prendere in braccio l’agnellino che belava sommessamente e, accarezzandogli il pelo morbido con la mano diceva: «Come va, Martinè? Hai passato bene la giornata?» e intanto pensava che quella bestiolina era l’immagine stessa di Nostro Signore Gesù buono e mite, incapace di difendersi dal male di questo mondo. Un giorno Francesco andò a far visita ai malati, perché era scoppiata una terribile epidemia e c’era bisogno di prendersi cura di tanta gente sofferente; come sempre Martinello rimase solo a brucare l’erba e a scoprire la bellezza di quel mondo fatto di campi fioriti che circondava il convento. L’agnellino era curioso come un bambino e siccome era abituato alla presenza amorevole degli uomini, quando scorse degli operai accanto a una fornace di calcina si avvicinò belando convinto di ricevere le stesse carezze che ogni sera aveva dai frati. La fornace ardeva e gli uomini alimentavano il fuoco con grandi fascine. « Guarda che bell’agnellino! », disse uno di loro, « Deve essere bello grasso!» e in men che non si dica Martinello fu preso, scannato e cotto alla brace con finocchio e rosmarino selvatico. Quando alla sera stanco per la dura giornata, san Francesco rientrò al convento, chiamò inutilmente il povero agnellino. «Martinè… Martinè… », gridava ad ogni angolo dell’orto il buon frate, «Martinè… Martinè..». L’eco restituiva la sua voce, al di là del torrente, al di là del muretto a secco, al di là della quercia grande, ma il belato dell’agnellino non si udiva. Francesco prese a vagare per i campi disperato perla sorte del suo piccolo amico. «Lo avranno sicuramente mangiato», pensò con un gran peso nel cuore. Intanto nella fornace ardevano gli ultimi tizzoni e i resti del passo degli operai. Francesco camminando alla luce della luna scorse in lontananza la calcinaia e si avvicinò nella speranza che vi fosse qualcuno capace di dare qualche indicazione sul suo agnellino; quando fu sull’ingresso capì quello che era accaduto e per un istante restò all’esterno per piangere la sorte della bestiola. All’improvviso il santo, con la forza inattesa del suo grande cuore chiamò forte: «Martinè… Martinè…». Subito per miracolo si udì un belato e il suo bianco amico uscì intatto dalla fornace. Francesco si chinò per accarezzarlo. Martinello si strofinò amorevolmente alla sua barba bianca e insieme ritornarono al convento.

San Francesco e il campanaro. Padre Francesco dopo tanto lavoro era riuscito a costruire la sua chiesa: tre anni c’erano voluti, ma alla fine in quella verde valle accanto al fiume sorgeva il segno della presenza di Dio. Tutti avevano lavorato: i frati, gli operai, gli scalpellini, i mastri d’ascia e don Raffaele Misefari che aveva dipinto due begli affreschi sul soffitto, uno raffigurante il passaggio del Mar Rosso, l’altro la caduta della manna nel deserto. Francesco, anche se era riconoscente a tutti per il lavoro compiuto, amava spesso ricordare come il vecchio ciuco fosse colui che più di tutti aveva contribuito all’edificazione della chiesa. Spesso lo accarezzava dicendo: «Povero Ciccio, sulla tua schiena sono passate tutte le pietre del convento!». Dal canto suo anche il ciuchino si rendeva conto che quell’uomo dalla lunga barba doveva essere un po’ speciale e ogni volta che al pascolo trovava delle belle piante, di cardo selvatico, era convinto che doveva trattarsi di un miracolo del frate. Francesco aveva un solo cruccio: il campanile della chiesa era vuoto e inutile perché mancava la campana. La fatica di tutti, uomini e animali, aveva fatto edificare quella chiesa pietra su pietra; ma per la campana era diverso, ci volevano soldi per comprare il bronzo e l’argento, e soldi per costruirla. Cos’era però una chiesa senza una campana, senza quella voce che suonasse l’ Angelus al mattino e l’Ave Maria alla sera? Pensa e ripensa si ricordò di un tale mastro Piterru famoso mastro campanaro che fondeva campane in tutto il regno; decise così di mettersi in cammino e chiedere a quest’uomo la carità del lavoro. Dopo qualche giorno di cammino giunse alla bottega dell’artigiano che, ancora tutto sudato, aveva appena tolto la terracotta da una campana magnifica tutta decorata all’esterno da figure di santi. Dopo averlo salutato Francesco disse: « Ho bisogno di una campana». «Io faccio questo mestiere, dammi il denaro e avrai la tua campana!», rispose mastro Piterru. Francesco gli spiegò che era povero e non aveva soldi per pagare, era andato da lui sperando di toccargli il cuore e di ricevere la campana come dono. L’artigiano si adirò urlando a gran voce che una campana costava più di mille ducati. Il frate ascoltava in silenzio le parole dell’uomo che dalla rabbia era passato allo scherno tanto che, a un certo momento, per spirito o per motteggio disse: « Io la campana tè la faccio, ma tu devi essere capace di portarla via da solo. Se fai questo te la darò senza denari: anzi, se vuoi prendi questa che è già pronta per la chiesa di un’altra città!». «Dio sia lodato! », disse frate Francesco e, dopo aver fatto il segno della croce, si tolse il cordone del saio e si avvicinò alla campana. Mastro Piterru prese a ridere sguaiatamente beffandosi del povero frate, ma Francesco non lo ascoltava. Con i suoi modi mansueti si avvicinò alla campana, annodò il cordone intorno al suo gancio e poi disse: « Jamunindi!» (andiamocene) e la trascinò via senza sforzo, come fosse un fuscello. A quel punto il campanaro cominciò ad urlare: «Accorrete, accorrete, il diavolo si porta via la mia campana!». Molta gente si avvicinava per le strade inginocchiandosi al passaggio di Francesco che aveva un sorriso e una parola buona per tutti. La chiesa ebbe così la sua campana e la sua voce veniva ascoltata per tutta la valle.

Il miracolo delle monete. Nel 1481 viene calunniato presso la corte del Re di Napoli, ed i soldati che erano andati ad arrestarlo vengono accolti con somma bonta’. Opera il miracolo delle monete d’oro. Davanti allo stesso Re di Napoli alle parole “Sire queste monete sono piene di sangue” fece uscire sangue umano da una moneta che egli spezza in due parti.

I prodigi di un frate. A San Marco Argentano Francesco stava servendo una funzione religiosa quando si accorse che mancava il fuoco per l’incensazione dell’altare. Corse in cucina senza turibolo, prese con le mani le braci accese e le pose sul lembo della tonaca. Di ustioni nemmeno la più lieve traccia.

L’acqua della cucchiarella. Gli operai del convento mormoravano perché mancava l’acqua potabile e non trovavano agevole scendere al torrente per dissetarsi. Il santo a quel punto percosse con un bastone la roccia da cui scaturì una fonte che tutt’ora zampilla: l’acqua della cucchiarella .

La consapevolezza della presenza divina. Era l’anno 1454 quando Francesco arrivò, tra le più entusiaste acclamazioni del popolo a Paterno Calabro, un piccolo paese distante un’ora di viaggio da Cosenza, per costruirvi un nuovo convento per i suoi frati. Anche a Paterno, come a Paola si moltiplicarono i prodigi a favore di infortunati sul lavoro, di umile gente e di benefattori. Tutti i bisognosi andavano da Francesco che offriva a tutti la sua fiamma della carità. A Paterno Francesco fu accusato da un predicatore di essere un ciarlatano e un impostore, ma quando si trovarono faccia a faccia il predicatore, come fosse improvvisamente illuminato dalla consapevolezza di una presenza divina, si inginocchiò e gli baciò i piedi.

Epilogo dei miracoli narrati

Consideriamo non soltanto i miracoli di ordine materiale, ma anche quelli di ordine spirituale dell’apostolo Uomo di Dio Francesco: il fuoco della fornace per cuocere la pietra calcare, mentre ardeva da molto tempo e andava in rovina. L’uomo di Dio vi entrò e la riparò, molte volte, poi, portò a lungo tra le sue mani, senza minimamente scottarsi, carboni ardenti, olio bollente e acqua bollente. Questo dimostra la sua innocenza. Naviganti, in punto di naufragare, invocandone il nome e accendendo alcune candele benedette da lui, videro calmarsi completamente il mare. Questo dimostra la sua grande potenza. Molte persone, malate di malaria, di peste, di febbre e di altre svariate infermità pericolose e contagiose, furono da lui risanate. Donne sterili concepirono e partorirono figli: maschi e femmine. Lebbrosi e malati di piaghe purulente e incurabili vennero da lui curati e risanati. I muti parlarono. Fastidi di malattie, ulcere, fistole alle gambe e in altre parti del corpo, con le sue preghiere furono curati e sanati. In casa do necessità moltiplicò, in grande quantità, il pane e il vino. Fece camminare speditamente i paralitici. Fugò e cacciò dai corpi umani i serpenti naturali e anche i diavoli dell’inferno. Resuscitò i morti, i quali, usciti fuori, parlarono, camminarono, bevvero e mangiarono, continuando per grazia di Dio a vivere, poi, per molto tempo, invocando l’aiuto del Santo. Candele da lui benedette, gettate in abitazioni che ardevano ed erano già in parte consumate, fecero cessare il fuoco e spegnere l’incendio. Povere donne, in preda alle doglie, partorirono felicemente. Molti uomini in gravi pericoli, per terra e per mare, furono salvati perché soccorsi dalla sua preghiera, dai suoi meriti, dai rosari, dalle candele da lui benedette, dai cingoli ed altre devozioni da lui donate. Similmente, dette candele, fugarono tuoni e tempeste. Alcuni parlando con lui, altri raccomandandosi alle sue preghiere, altri portando addosso qualcosa data da lui, altri ancora avendo speranza e fiducia in lui, furono preservati da molti pericoli e momenti critici di guerre e battaglie, per terra e per mare, in carcere ed in ogni altra tribolazione. Molti, per mezzo suo, furono arricchiti di grandi virtù, nobilitati da buoni costumi, si pentirono dei loro peccati e furono così ricondotti nella via della salvezza. Operò innumerevoli prodigi nelle creature, oltre le forze della natura. Da ciò appare che la potenza di nostro Signore era nel suo Servo. Quanti sperano e confidano in lui, e quanti ogni giorno, in cose necessarie alla loro salvezza, gli affidano i loro affari ad onore di Dio, trovano nelle sue preghiere la grazia e la salvezza. Coloro i quali hanno sperimentato la sua protezione l’hanno riconosciuta valida al di qua e al di la dei monti, in diverse nazioni. Da ciò si vede che Dio opera tutto per un bene superiore. Possiamo ritenere fondatamente che egli possedeva la virtù della profezia, avendo rivelato e predetto molti eventi futuri; prevedendo le tribolazioni e le afflizioni pronte a piombare sulla Chiesa, e quelle addirittura imminenti (come guerra, fame, morti) per cui pianse spesso teneramente. In tutte le sue attività cercava solo la gloria di Dio e la salvezza dei poveri peccatori. Aveva grande compassione dei tanti infelici, in preda ad afflizioni fisiche e morali. Fu degno di lode nella sua infanzia, caritatevole nella sua adolescenza, degno di onore nella sua giovinezza e molto amabile nella sua vecchiaia, vegliando in ogni tempo, facendo penitenza per novant’anni.

Paola in una stampa del ‘700 – S. Francesco in due stampe del ‘700

Il 2 aprile del 1507 morì alle 10 del mattino, aveva 91 anni.

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La più antica immagine di San Francesco di Paola (stampa, sec. XVI, prime decadi). Non ha nulla di eccezionale o di straordinario la devozione di San Francesco da Paola alla Vergine SS.ma. Ciò non ci deve stupire, se consideriamo che lo stile di vita di S. Francesco è quello degli antichi Padri del deserto, ossia dei primi eremiti, la cui spiritualità è centrata principalmente, se non unicamente, nell’imitazione di Cristo. L’imitazione di Maria è una realtà consequenziale, ma non come fatto a sé stante e con caratteri peculiari. E possiamo avere una convalida di questa constatazione nel fatto che S. Francesco usava di frequente l’invocazione Gesù-Maria, quasi ad indicare questo nesso inscindibile, che tiene uniti nella spiritualità del cristiano Gesù e la Madonna. Per il resto, tutta la spiritualità di S. Francesco attinge la sua forza ed ha il suo fondamento nella pietà popolare, all’interno della quale egli è cresciuto e si è formato. L’eccezionalità è dovuta al modo con il quale ha vissuto certi elementi caratteristici della pietà cristiana. Ciò vale per l’intera impalcatura della sua vita spirituale, e perciò anche della sua pietà mariana. I contemporanei non hanno lasciato alcuna testimonianza su eventuali forme eccezionali attraverso le quali si sia potuto manifestare la grande devozione del nostro Santo alla Madonna, ma hanno solo riferito alcune notizie di pratiche devote e hanno fornito alcuni elementi di devozione semplice, che sono stati raccolti dai biografi per illustrare il modo come egli fu devoto alla Vergine Maria. Alcuni episodi indicano come Francesco sia cresciuto con il nome della Vergine sulle labbra e come nella sua formazione cristiana la devozione alla Vergine, espressa attraverso alcune pie pratiche, imparate all’interno della famiglia, abbia avuto un ruolo importante. In una rigida giornata d’inverno, mentre stava recitando il Rosario in ginocchio e con il capo scoperto, fu pregato dalla madre di coprirsi il capo. Francesco le rispose: “Madre mia se in questo momento io parlassi con la regina di Napoli mi direste voi di stare a capo coperto? Ebbene, non è forse assai più grande la Regina del cielo con la quale parliamo?”. E’ la tradizione che ci ha tramandato questo episodio e può essere attendibile. La devozione al Rosario, praticata dal Santo e da lui inculcata ai fedeli, ha avuto certamente inizio all’interno della sua famiglia e lo ha accompagnato per tutta la vita. Grande importanza ha avuto nella sua spiritualità e nella sua azione pastorale la recita del Rosario. Gli artisti lo hanno sempre raffigurato con la corona del rosario appesa al cingolo e la più antica immagine finora conosciuta di S Francesco con la Madonna, databile a prima del 1517, raffigura la Vergine e il Bambino nell’atto di consegnare al nostro Santo la corona del Rosario. Come non ricordare poi, a conferma di quanto detto, che, tra le preziose reliquie che si conservano a Paola, c’è proprio la corona del Rosario? Da alcuni testi del Processo turonense, noi sappiamo che Francesco distribuiva e faceva distribuire tantissime corone del Rosario, che egli stesso benediceva per un particolare privilegio concessogli, stando alla tradizione, da Sisto IV nell’incontro a Roma durante il viaggio verso la Francia. Ci viene testimoniato qualche miracolo ottenuto mentre, accanto all’ammalato, veniva recitato per ordine di Francesco il Rosario. Questa devozione è sfociata, poi, nell’esortazione lasciata nella regola del terz’Ordine. “Alfine di ricevere grazie e acquistare le indulgenze annesse, a lode della Beata Vergine Maria, vi dedicherete specialmente nei giorni festivi alla recita del Santo Rosario”. Penso che meriti particolare attenzione l’analisi della più antica immagine della Madonna con Francesco, della quale abbiamo già riferito prima, perché da essa si possono ricavare elementi teologici sufficienti per illustrare la spiritualità mariana dell’Eremita di Paola e della sua famiglia religiosa. Di questa immagine parla il Fiot, ed è databile, come abbiamo già detto sopra, tra il 1513 e il 1517; alla base, infatti, porta stampato: “Beatus Franciscus de Paula”. La menziona la cronaca del viaggio fatto in Francia nel 1517 dal cardinale Luigi d’Aragona, figlio del re Ferdinando I, re di Napoli, accompagnato dal suo segretario. Vi si legge che visitarono anche la Chiesa ove riposavano le spoglie di Francesco, non ancora canonizzato, ma solo beatificato. Nel corso della visita, si legge in questa cronaca: “si è anche visto il retracto del buono huomo de naturale, quale tenea una gran barba bianca, scarno, et una faccia grave et piena di sanctità, del modo si potrà in parte comprendere da la qui apposta et attaccata stampa”. L’immagine si conserva ancora, ed è senza dubbio la stampa più antica di tutta l’iconografia riferita a S. Francesco di Paola. La stampa rappresenta Francesco in ginocchio davanti alla Regina del cielo, in una stanza regale. La Madonna è assisa sul trono ed ha sulle ginocchia Gesù bambino. Accanto a Francesco c’è il libro della Regola. La corona del Rosario unisce i tre, la Madonna, Gesù e Francesco, mentre dalle mani del Paolano si parte un cartiglio con la scritta; Sumat per te preces qui pro nobis natus tulit esse tuus (colui che, nascendo per noi, volle essere tuo, riceva per tuo mezzo le preghiere), che sono parole desunte dall’inno Ave maris Stella , che la Chiesa usa nella liturgia delle ore per le festività mariane. L’immagine, come ho già osservato, ha una valenza teologica e spirituale, veramente importante. Esprime anzitutto la pietà mariana di S. Francesco, espressa soprattutto con la recita del Rosario. Il senso teologico di questa pietà sta nel ruolo di mediatrice svolto dalla Vergine, ed il cartiglio che esce dalle mani di Francesco con impressa la frase dell’inno Ave maris Stella lo sta a dimostrare. Questa frase, infatti, tra le tante, sottolinea appunto il ruolo di intercessione che la Madonna esercita tra Dio e l’uomo. Nota il Fiot: “ Le preghiere umane, le preghiere di Francesco, sono, prevalentemente, il Padrenostro e l’Ave Maria. Esse passano attraverso le mani di Maria, che, con le dita tese, non le tiene per sé, ma le lascia passare… Allora Lui che volle essere suo Figlio… qui si mostra sotto forma di un piccolo, di un piccolo che ella tiene maternamente sulle ginocchia. Queste preghiere Egli le prende…”. L’unione di Gesù e Maria in questa immagine ripresenta la devozione di S. Francesco per Gesù-Maria, in quanto lo stesso mistero di salvezza, unisce Madre e Figlio, e tutto quello che ha la Madre, lo ha avuto per questa associazione a Cristo nel mistero della redenzione dell’uomo, che in questa immagine Francesco sembra invocare e Gesù concedere, per intercessione della Madre. Nota ancora il Fiot che Gesù in questa immagine “non guarda la Madre come nella maggior parte delle statue del tempo, ne gioca con un pomo. Egli guarda Francesco, così come anche Maria lo guarda” . L’aver presentato la Vergine con il Bambino conferma altresì l’altra verità della spiritualità mariana di S. Francesco di Paola, e cioè la devozione verso il mistero dell’Incarnazione. (dal periodico trimestrale “S. Francesco da Paola”, n°2, Aprile-Giugno 2003, di P. Giuseppe Fiorini Morosini).

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Miracolo operato da S. Francesco di Paola in alto mare che salva 2100 Americani mentre stavano per annegarsi la notte del 2 aprile 1913.

Per la storia del Patronato di S. Francesco sulla gente di mare Italiana. I l 27 marzo 1943, giorno in cui ricorreva la nascita di S. Francesco, Pio XII promulgò il breve Quod Sanctorum Patronatus col quale proclamava il Santo di Paola patrono celeste delle ” Associazioni preposte alla cura della Gente di mare, delle Società di Navigazione e di tutti i marittimi del Regno d’Italia “. La Gente di mare, com’è noto, sono le persone che prestano la loro opera a bordo delle navi e costituiscono una delle tre categorie, in cui nell’odierna terminologia della marina mercantile, è suddiviso il personale marittimo: le altre due sono il personale addetto ai servizi di porto (piloti, lavoratori portuali, ormeggiatori, ecc.) e quello tecnico per le costruzioni navali (ingegneri, costruttori, maestri d’ascia, calafati, ecc.). A causa degli eventi bellici, i festeggiamenti del patronato furono rinviati e si svolsero dapprima a Genova (1947) e poi nel nostro Santuario dal 10 luglio all’8 agosto 1948 con una grandiosa Peregrinatio Sancti Francisci. Il busto argenteo del Santo ed il mantello, nella fase iniziale, furono portati sullo Stretto di Messina. Successivamente, le reliquie furono traslate in nave da Reggio Calabria a Taranto e da Taranto a Corigliano Calabro. Di qui, dopo aver sostato ad Acri, Spezzano della Sila, Paterno Calabro, Carolei, Cerisano, Montalto Uffugo e S. Marco Argentano fecero ritorno a Paola. Perché la ricorrenza del 50° anniversario non passi inosservata e, soprattutto, per far maggiormente conoscere il patronato di S. Francesco sul mare che, nonostante il breve apostolico, inopinatamente è ancora ignorato da alcuni settori della recente storiografia, riporto un componimento poetico su un evento poco noto dal titolo: Miracolo operato da S. Francesco di Paola in alto mare che salva 2100 Americani mentre stavano per annegarsi la notte del 2 aprile 1913. L’autore, anonimo, narra quanto occorso a 2100 passeggeri (1.800 uomini e 300 fra donne e ragazzi) della nave a vapore tedesca Auston, salpata dagli Stati Uniti alla volta dell’Italia. Dopo una settimana di navigazione, la nave, in pieno oceano, è investita da una violenta bufera, che provoca ingenti danni allo scafo (” entra l’acqua al vapore ” e ” l’albero è spezzato “) e alcuni morti (” cinque bambini morti / sotto i piedi ciampati “). Mentre i passeggeri sono in preda alla disperazione, un italo-calabrese (” Io sono tuo compaesano “) prega S. Francesco (” mettici tu la mano / che a tutti ci poi salvà “) e promette in voto di offrire 100 lire. La preghiera, per l’intercessione del Santo Patrono, è accolta e i passeggeri hanno modo di raggiungere i vari porti italiani. Analizzando la struttura irregolare del componimento emerge il suo carattere popolare. Al di là di alcuni elementi stilistici (terzine mescolate a quartine, i versi centrali non sempre sono rimati secondo lo schema ABBC, alcuni versi sono ipometri oppure ipermetri), sono le espressioni dialettali e le metafore utilizzate che rivelano il retroterra dell’autore, che, innegabilmente, ha attinto al mondo religioso popolare calabrese. P. Rocco Benvenuto.

“O santo Patriarca o S. Francesco santo

un tuo miracolo canto che ognuno ti adorerà.

Sentite buona gente un vapore germanese

non è passato un mese che era perduto già.

Veniva da Nord America il vapore Auston chiamato

dopo aver caricato verso l’Italia va.

Cu milleottocento uomini trecento donne e ragazzi

chi fra gioie e sollazzi ci imbarcavano già.

Dopo sette giorni à viaggiato il vapore

che la gioia in dolore di tutti si ricambiò.

Scura il cielo tutto agita il mare il vento

e quasi ad un momento una tempesta fa.

Entra l’acqua al vapore di un altro lato

l’albero è spezzato sono perduti già.

L’aria rimbomba tutta di gridi e dei schiamazzi

da vecchie e dei ragazzi che gran paura fa.

L’afflitte donne abbracciano chi sposi e chi fratelli

strappandosi i capelli che i figli in terra stanno.

Cinque bambini morti sotto i piedi ciampati

chi gran dolore fa.

Chi dice padre mio chi figlio son perduto

chi sposo dammi aiuto chi fà grande pietà.

Fra tanti Americani Ci fu un divoto

ca S. Francesco un voto di cento lire fà.

Diceva u Santo Padre io sono tuo compaesano

mettici tu la mano che a tutti ci poi salvà.

A quel momento orribile a quel momento atroce

dal mare si senta una voce che a tutti li fà allegrà.

Quello era S. Francesco che dice mio divoto

m’ai chiamato i son venuto a tutti voglio salvà.

A quello momento stesso si tranquillizza il mare

dal cielo la luna compare.

Un grido fu da tutti ringraziamo il Santo

che ci à gettato il manto della sua carità.

Chi baciava figure e chi baciava cordoni

chi canta orazioni il Santo alle orazioni.

Se salva quel vapore per ogni porto passa

a mano a mano lascia la gente a rimpatriare.

Ogni devoto appena arrivati allo suo paese

la via del convento il Santo a ringraziare.

Preghiamo tutti quanti noi altri paesani

per altri Americani che salvi le fa tornà.

Chi prega a S. Francesco di carità infiammato

di Lui sarà aiutato per una eternità”.

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Una lettera di San Francesco di Paola

“Iesus Maria.

Al Nobilissimo Signor di Navarra Fondatore del nostro Convento della Città di Crotone. Nobilissimo e divotissimo Signore.

Il Padre Paolo di Paterno mi ha dichiarato il gran desiderio, che havete di accrescere il numero de’ Servi di Dio, fabbricandoli una casa nella Città di Crotone; il che mi ha estremamente consolato, mentre che Dio sarà più onorato in quel luogo, e ci acquisterà una nuova piazza, dove ogni giorno sarà adorato nel santo sacrificio della Messa. Sia sempre benedetto di avervi suggerito un’impresa tanto generosa, e di haverla tanto presto messa in esecutione. Dio ne sia la vostra ricompensa; e io ne lo pregherò acciò vediate nelli vostri giorni, quella santa casa fiorire in ogni santità aspettando il tempo a venirvi a visitare, e rendervi mille attioni di gratie della vostra abondante carità.

Io resto, nobilissimo Signore, Vostro perpetuo et obediente servo.

Il povero Frate Francesco di Paola,

minimo delli minimi servi di Giesù Christo Benedetto.

Di Spezzano lì 9 maggio 1560”.

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