L’arcivescovo di Cosenza incontra circa 200 giovani e li invita a occuparsi dei poveri

Discorso integrale dell’arcivescovo di Cosenza agli studenti dell’UniCal in occasione della giornata dei poveri

di S.E. Mons. Francesco Nolè

I giovani, infatti, non possono non pensare ad un amore duraturo, vero, dove ci si scambia la vita con l’altro. E tutti sappiamo che quando questo amore non si alimenta la persona si indebolisce, diventa fragile, ferita. Molte ferite non possiamo prevenirle, ma possiamo curarle guardando il Crocifisso,  immobile, fermo, indifeso,  sanguinante, che dona la vita  a chi gliela chiede, senza riserve.

Il Santo Padre, che  è un uomo di relazione, sempre desideroso di istaurare dialogo sincero con tutti,  un uomo solare, e spesso anche schietto ed immediato, ha voluto dare a questa prima giornata mondiale dei poveri un tema  tratto dalla  prima Lettera di Giovanni: «non amiamo a parole, né con la lingua, ma con i fatti e nella verità» (1Gv 3, 18). Questo scritto del Nuovo Testamento si basa su due fondamenti;  anzitutto sul fatto che Dio ci ha amati per primo, senza aspettare che noi lo amassimo. E poi Egli non  ci ha amati per i nostri meriti; ci ha amati così come siamo, con la speranza che donando tutto Se stesso potessimo imparare da Lui cosa  significa amare come ama Lui. Solo così può nascere un dialogo d’amore, fondato sulla gratuità.

Proprio questo modo di amare dovrebbe animare le nostre famiglie, in cui si dovrebbe fare a gara non a chi possiede di più, a chi vale di più, a chi è più bravo, a chi ha ragione,  ma a chi dona di più all’altro.  Impariamo da Gesù, che ha donato tutto se stesso, anche la vita, per la nostra salvezza. Egli avrebbe potuto salvarci in altri modi, ma ha scelto la via della donazione totale, perché il suo è un amore  troppo grande: non poteva non essere donato.

S. Massimiliano Kolbe, grande figura di santità nel periodo della Seconda Guerra Mondiale,  prigioniero nel campo di concentramento ad Auschwitz, ha donato la sua vita per un condannato a morte. Egli non era stato scelto per andare a morire di fame, ma ha sostituito volontariamente un padre di famiglia, con moglie e figli di cui doveva prendersi cura. Padre Kolbe chiede di morire al suo posto, realizzando  così   una sequenza di fatti straordinari, che voglio definire “ miracoli della carità”,  che colpisce ed impressiona, perché fa capire come l’amore possa davvero scuotere le coscienze, anche quelle più dure.

Ecco alcuni esempi: nel campo di concentramento non era permesso ad alcun prigioniero di fare un passo avanti; chi provava a muoversi  veniva fucilato all’istante. S. Massimiliano non solo non venne fucilato, ma addirittura è riuscito a creare un dialogo con quegli uomini violenti e sanguinari, che hanno accettato  di ascoltarlo.  Ai prigionieri non era permesso dialogare con i superiori e il comandante gli chiese: «Cosa vuoi?»; Egli rispose:  «Voglio morire al posto di quest’uomo». Non era mai successo prima di allora che la richiesta venisse accettata. I testimoni sopravvissuti hanno riferito che solitamente dal bunker della fame si sentivano solo lamenti, urla, strazio, disperazione. Appena uno dei prigionieri moriva, gli altri gli saltavano addosso per divorarlo. Nei  giorni in cui nel bunker ci fu  Massimiliano Kolbe si sentivano solo preghiere e canti. Quando i carnefici tornarono per liberare il bunker dai cadaveri, perché serviva per altri prigionieri, videro che tutti erano morti  eccetto Massimiliano, perché il Signore aveva permesso che fosse proprio lui ad accompagnare serenamente gli altri nove disperati nel momento conclusivo della vita,  in maniera dignitosa e serena.  Lo uccisero con un’iniezione di acido fenico.  Da quel momento la famosa formula nota già nella letteratura latina «homo homini lupus», ripresa poi nel XVII secolo dal filosofo inglese Thomas Hobbes, con la testimonianza di S. Massimiliano diventa semplicemente «homo homini»: l’uomo non è un lupo per l’altro; è uomo e basta. Questo gesto di umanità ha cambiato la storia, come il seme, il chicco di grano caduto in terra, che muore e porta molto frutto.

Un amore così grande non può rimanere senza risposta. Il Papa è convinto che le coscienze di per sé sono sensibili ma spesso sono pigre; ecco il compito educativo della pedagogia: far emergere  dal profondo di ogni giovane ciò che di bello, di buono e, addirittura, di esplosivo c’è nel loro cuore.

Siate sempre capaci di amare, iniziando da voi stessi, guardando con gli occhi della fede a Colui che rende possibile ogni cosa. Da soli non ce la possiamo fare e per questo Egli ci ha promesso che rimarrà con noi per sempre;  è una presenza reale: «dove due o tre sono riuniti nel mio nome io sono in mezzo a loro» (Mt 18, 20).

In mezzo a noi c’è il Signore. Facciamogli spazio, dunque, apriamo il nostro cuore, e proviamo ad ascoltare questa voce che non ha chiesto nulla in cambio, dando la sua vita, ma vuole farci felici. E’ l’augurio di bene che rivolgo a tutti voi, perché possiate raggiungere la vera felicità, quella duratura, lasciando che Cristo stesso vi arricchisca di tutti i doni della sua grazia per mezzo della sua povertà, che è la vera ricchezza della vi

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