Conferenza Episcopale Calabra

Intervista a Mons. Vittorio Mondello, presidente della C.E.C.

Monsignor Vittorio Mondello è l’arcivescovo della diocesi di Reggio Calabria-Bova. Ma è anche il presidente della Cec (Conferenza episcopale calabra), di fatto il capo della Chiesa cattolica in Calabria.

In quest’intervista, monsignor Mondello lancia il suo messaggio diretto ai politici locali, ma soprattutto Roma: che sia finito per sempre, il vieto tempo di una Calabria “serva” di interessi alt(r)olocati.

Il significato della Santa Pasqua travalica il “semplice” ma fondamentale significato religioso, nella dimensione individuale di ognuno di noi. Ha anche un portato “sociale” che può pervadere la comunità… Vero. Cristo è venuto per tutti gli uomini, non solo per i cristiani; per la salvezza di tutti gli uomini. Dunque la fede in Cristo non è un fatto solo interiore, personale; è un fatto che va mostrato all’esterno, si deve testimoniare, si deve inculturare nella mentalità di un popolo e dunque influire sulla vita del popolo. Non nel senso di costringere, obbligare, restringere la libertà…, ma soltanto nel senso che l’accettazione del messaggio di Cristo, per chi l’accetta, diventa motivo di riforma di vita, di rinnovamento personale, comunitario della Chiesa, che poi diventa strumento di rinnovamento anche per la società. La religione e quindi la fede hanno certamente un aspetto pubblico, civile, “sociale” che dev’essere necessariamente tenuto presente dalla Chiesa, ma pure dagli altri che non sono cristiani. Anche coloro che nella loro libertà ritengono di non accettare Cristo, in un certo modo debbono interessarsi, interrogarsi sul significato di quel che la Chiesa è e vuol essere…. Quel che io oggi noto è che troppo spesso si attribuiscono alla Chiesa atteggiamenti e motivazioni lontani dalla mentalità della Chiesa stessa. Noi vorremmo dialogare con tutti; non nel senso di costringere tutti ad accettare noi, ma nel senso d’impegnare tutti a riflettere sulle realtà più importanti della vita dell’uomo.Se noi sosteniamo la vita, come cristiani, dal suo nascere al suo epilogo naturale, questo non può essere motivo per odiare la Chiesa, bensì per discutere e dire: noi magari non condividiamo quell’idea, ma abbiamo il dovere di presentarla perché il principio della vita non è principio proprio dei soli cristiani o dei soli cattolici, ma riguarda tutta l’umanità…
…Ha avuto modo di parlarne anche il Pontefice Benedetto XVI, nella liturgia del Venerdì Santo, nel riproporre i valori cristiani e cattolici in occasione della Via Crucis.

…Sì, ma di questo il Papa ha avuto modo di parlare già tantissimi anni fa, quando era “solo” un grande teologo tedesco, affrontando in particolare il problema della Fede. E’ lui che ha detto che molti atei vivono come se Dio non esistesse, e li ha invitati piuttosto a vivere come se Dio esistesse. Questo l’invito: pur restando atei, partite dall’ipotesi opposta: e se Dio esiste? Quale sarebbe la conseguenza del nostro agire? Un dialogo, quello con gli atei, su un terreno non solo di Fede ma anche di Ragione. L’uomo deve sì ragionare con la propria testa, ma non soltanto partendo dall’aprioristica negazione di determinati princìpi, ma vagliando anche questi ultimi.

Monsignore, lei è arcivescovo della diocesi Reggio-Bova ed è “capo” della Cec…

…No. Io sono il presidente eletto dalla Conferenza episcopale, che non è un supervescovo né un “capo”, ma semplicemente un vescovo che deve coordinare gli altri vescovi nel lavoro da fare… un sacrificio che bisogna accettare.

…Lei che è anche guida della Cec – della Chiesa calabrese, alla fine! – testimonierà a sua volta quanto si sente spesso, nelle funzioni religiose di  questo periodo: la valenza della Pasqua come “passaggio”. E non solo nell’accezione religiosa del termine. Nei mesi scorsi, da queste parti sono avvenuti fatti gravissimi. E in più la Pasqua quest’anno – altro “passaggio” – si accavalla a un grumo di aspettative e di speranze che spesso s’ingenerano, com’è logico, ogni volta che si avvicendano i Governi a livello locale o nazionale… La Calabria cos’ha dietro l’angolo?

La Calabria attende sempre… non di essere considerata una colonia, come poveretti che hanno bisogno di sussidio e di assistenza, ma d’essere riconosciuta anzitutto per la sua cultura: e la Calabria in questo senso non ha niente da invidiare ad altre regioni d’Italia. E ciò si mostra anche nel fatto che se noi andiamo nei luoghi più importanti delle altre regioni d’Italia – dalle forze dell’ordine agli ospedali – spesso troviamo uomini di vertice originari della nostra regione… Allora i calabresi sanno esprimere cultura e preparazione non indifferenti. Però, se anche la Calabria non si attende elemosine, la Calabria si aspetta di non essere più considerata quale una figlia di secondo piano ma per quella che è. E che sia messa in condizione, com’è accaduto per gli altri, che sia messa in condizione di lavorare per crescere insieme agli altri. Come si fa? Evidentemente, si richiede anche la capacità e la risposta dei calabresi. E’ proprio con loro che io, spesso, me la prendo, perché troppo spesso ci lagniamo ma poi non siamo magari capaci di rimboccarci le maniche, “fare da noi” senza aspettarci qualcosa dagli altri. Detto questo, però, non è che tutte le colpe siano dell’insipienza degli abitanti della Calabria… Determinati interventi da parte della Regione e dello Stato debbono pur essere fatti per aiutare la Calabria a decollare! Non possono certo essere i cittadini a farsi l’autostrada o le altre infrastrutture…

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